Back to blog

The Dark Slide of the Moon

Non so qual è stato e come fu, quando fu che si accese, il focolaio di questo vivere “for dummies” che ormai ci ha tutti quanti contagiato. È probabile che ciascuno l’abbia contratto a suo proprio modo: rassegnato a degenerare nell’intelletto, la cultura – oserei dire la propria identità – o con il facile, fulmineo entusiasmo per le cose che sempre cambiano; il rimprovero che rimpiangerle è atteggiamento da reazionari, luddisti e passatisti; malmostosi pervicaci contro un «adesso si fa così». Ognuno ha gridato e grida al suo proprio untore: la politica, i mezzi di informazione, la famiglia ch’è allo sfascio e la scuola del ma-che-cosa-ti-insegnano?! Io sono convinto siano vasi comunicanti, o un gioco dei due cappelli come quello di Stanlio & Ollio. Come tutti gli appestati, però, ho un bubbone preferito che ho quasi gusto a grattare, e che nell’ambito del mio lavoro torna a prudermi tutti i giorni: le slide.

Non ricordo com’è iniziata: correvano i bipolari, schizofrenici e isterici anni ’90; era un’epoca di plastica, di acciaio e di vetriate in cui scrosciavano sulle città di provincia le leggende metropolitane fiorite nei grandi centri. Che i laureati in Filosofia trovassero tutti e immancabilmente lavoro come responsabili del personale nelle grandissimissime aziende; che il curriculum europeo ti spalancasse le porte. Che i Consorzi e le Pro Loco, foraggiate dall’UE, trasformassero ogni borgo di campagna in un centro prolificissimo di attività culturali. “Proponimi un progetto!” – rispondevano gli amministratori con le natiche in poltrona: era il SATOR e abracadabra per i giovani con belle idee, che rincasavano da Erasmus un po’ lisergici, glamour, e ti illudevano di avere il mondo a portata dei tuoi propositi. Non chiedetemi perché & per come: era tutto facilissimo. Si imparavano cinque lingue, l’informatica e l’origami nel respiro di «è ‘na cazzata». La trasmissione del sapere, nei corsi di formazione e nelle aule universitarie, si evolse da forma scritta all’abitudine alle slide.

Bisogna ammettere che in principio questa pratica sconcertò: gli studenti sospettavano che gli slider più accaniti fossero docenti che non erano granché preparati, e colmavano di proiezioni e di pedisseque letture le due ore di lezione che dovevano purtroppo svolgere. Una seconda generazione di liceali e universitari, però, prese ad apprezzare la “comodità” delle slide: che – opinione comune – riassumevano «in poche righe concetti fondamentali» (solo io trovo un ossimoro questa frase?). La terza generazione, avvelenata di opportunismo e furbetteria, colse nelle slide certi edonismi professorali e una buona opportunità di 30 & lode sul libretto; «all’esame le ho ripetute tali e quali erano scritte». Una mia cuginetta laureatasi di recente, e alcuni miei colleghi, mi raccontano che gli studenti – classi morte alla Kantor – apprendono dalle slide come si fa per i mantra: cantilene mnemoniche, tavolette Nacaal; nonché l’uso agghiacciante di imparare il Corano in arabo dei bambini e gli analfabeti in certi film dei Makhmalbaf.

Dalle slide solo testuali alle slide con grafica invasiva, font accattivanti, trucchetti d’animazione; e le slide “a disposizione sul sito del docente”, scaricabili con illusioni taumaturgiche, il passo fu immediato. E il morbo si diffuse altrettanto istantaneamente: tanto e tale che – al contrario di quanto avvenne per la lebbra e la morte nera – nei villaggi e gli ateneucoli della provincia imbecille gli infettati aborrirono, sospettarono, emarginarono i sani. Siamo al punto, insomma, che quando propongo un corso e mi chiedono se ho bisogno del proiettore per le slide; e mi chiedono il file per gli studenti e corsisti, la risposta negativa suscita dubbi sul valore del corso stesso.

Da parte di una nazione di allarmati ipocondriaci, che accusa tutti i sintomi riportati nei bugiardini per colpa degli immigrati, l’amianto, le trivelle e il mangiare carne, ho sempre trovato strano questo accontentarsi di apprendere per sommi capi; dare credito agli “esperti”, i docenti, i relatori dei tasti Shift ed Fn. Sarà forse che a sbagliare dosi di uno Xanax si rischia la pellaccia… e l’omettere e il tacere di competenze, esperienza e cultura in favore dei pressappoco è una livella altrettanto consolatrice di quella di Totò.

A nessuno piace ammettere le conoscenze superficiali: non si intonano con il blu-facebook che va di moda. Sono forse un apocalittico niente affatto integrato a pensare che le slide ci allenarono a twittare? Ora siamo i Neo, conosciamo il kung fu in un post: e indossiamo questo bel paio di occhiali scuri per darci più carisma e fantomatico mistero.

 

Alessandro Forlani

Forlani Rubrica Logo